La discussione sulle assenze scolastiche parte spesso da una formula semplice: sotto una certa soglia di frequenza l'anno non è valido. È una regola comprensibile nella scuola ordinaria. La presenza serve alla relazione educativa, all'osservazione continua, alla partecipazione, alla costruzione del gruppo classe. Ma quando parliamo di adulti, lavoratori, genitori, persone che rientrano in formazione dopo anni o che studiano mentre affrontano turni, cura familiare e salute, quella stessa regola non può essere applicata come se il contesto fosse identico.
La domanda è semplice: che senso ha chiedere a un adulto la stessa presenza fisica richiesta a un adolescente, se poi il sistema dichiara di voler valutare competenze, apprendimenti e risultati?
La frequenza non va abolita. Va rimessa al suo posto. Deve servire a rendere possibile la valutazione, non a sostituirla. Per uno studente adulto la domanda decisiva non dovrebbe essere solo "quante ore hai passato in aula?", ma anche "sei valutabile?", "hai raggiunto gli obiettivi?", "hai recuperato ciò che mancava?", "hai dimostrato conoscenze, abilità e competenze in modo serio e documentato?".
La regola dei tre quarti e il problema degli adulti
Nel sistema scolastico generale, la validità dell'anno richiede la frequenza di almeno tre quarti dell'orario annuale personalizzato. Lo prevede l'articolo 14 del DPR 122/2009, che ammette deroghe per casi eccezionali, documentati e continuativi, purché le assenze non impediscano al consiglio di classe di procedere alla valutazione.
Questo passaggio è decisivo: la norma non dice che la presenza è un feticcio. Dice che la presenza è necessaria perché consente la valutazione. Se però la valutazione è possibile, e se l'assenza è documentata, la scuola deve ragionare, motivare, guardare il percorso complessivo. Non può limitarsi a fare aritmetica.
Per gli adulti questo principio dovrebbe valere ancora di più. Perché lo studente adulto non è nella stessa condizione dello studente minorenne. Non frequenta per obbligo educativo in senso stretto, ma per completare un percorso, conseguire un titolo, certificare competenze, rientrare nel sistema formativo. Spesso lavora. Spesso ha figli. Spesso assiste familiari. Spesso arriva a scuola dopo una giornata di lavoro.
Applicare a queste persone un modello rigido costruito sulla presenza fisica continua significa trasformare la scuola degli adulti in una selezione per chi ha più tempo libero, non per chi ha più competenze o più motivazione.
La normativa sugli adulti va già in un'altra direzione
Il DPR 263/2012, che ha ridefinito l'assetto dei Centri provinciali per l'istruzione degli adulti e dei corsi serali, contiene già una logica diversa dalla scuola tradizionale.
I percorsi degli adulti sono organizzati per periodi didattici e sono finalizzati al conseguimento di titoli, certificazioni e competenze. L'articolo 4 distingue i percorsi di primo livello, quelli di secondo livello e quelli di alfabetizzazione e apprendimento della lingua italiana. Ma soprattutto stabilisce che i carichi orari devono essere resi sostenibili attraverso strumenti precisi:
- riconoscimento dei crediti comunque acquisiti dallo studente;
- personalizzazione del percorso;
- Patto formativo individuale;
- fruizione a distanza di una parte del percorso, di regola non oltre il 20 per cento;
- attività di accoglienza e orientamento.
L'articolo 5 rafforza ancora di più questo impianto: i percorsi sono progettati per unità di apprendimento, possono essere erogati anche a distanza, sono organizzati per gruppi di livello e si fondano sul riconoscimento dei saperi e delle competenze formali, informali e non formali posseduti dall'adulto.
Questa non è una scuola costruita attorno al banco occupato per un certo numero di ore. È una scuola costruita attorno al percorso personale, ai crediti, alle competenze, alla storia individuale.
E allora bisogna avere il coraggio di trarne le conseguenze.
La presenza resta importante, ma non può essere una tagliola
Dire che per gli adulti conta il rendimento non significa autorizzare percorsi finti, diplomi facili o frequenza inesistente. Sarebbe l'errore opposto.
La presenza resta importante. Serve a incontrare i docenti, chiarire dubbi, costruire metodo, partecipare a laboratori, sostenere verifiche, ricevere feedback. Nei percorsi tecnici e professionali, poi, alcune attività richiedono necessariamente presenza, laboratorio, esercitazione, osservazione diretta.
Ma una cosa è dire che la presenza ha valore didattico. Un'altra è dire che il mancato raggiungimento di una soglia numerica, anche quando le assenze sono motivate e recuperate, debba automaticamente cancellare un anno di lavoro.
Per gli adulti il principio dovrebbe essere questo: la frequenza conta nella misura in cui rende possibile una valutazione affidabile. Se la scuola dispone di elementi sufficienti, se lo studente ha svolto prove, attività, recuperi, verifiche e unità di apprendimento, la valutazione deve guardare al risultato formativo, non solo al calendario.
Recuperare le assenze: non sanatoria, ma progettazione
Il punto politico e didattico è qui. La scuola degli adulti dovrebbe consentire di recuperare le assenze con strumenti seri, tracciabili e valutabili. Non una sanatoria generica, non l'idea che basti iscriversi e presentarsi all'esame. Al contrario: un sistema più esigente, perché chiede di dimostrare ciò che si sa fare.
Le assenze potrebbero essere recuperate attraverso:
- lezioni sincrone online, con presenza registrata e interazione reale;
- moduli asincroni su piattaforma, con materiali, esercizi, quiz e consegne;
- unità di apprendimento documentate, collegate agli obiettivi del patto formativo;
- prove di recupero in presenza o online, con criteri chiari;
- colloqui orali di verifica;
- portfolio digitale delle attività svolte;
- laboratori concentrati in presenza per le competenze che non possono essere valutate a distanza.
Questo modello non abbassa l'asticella. La alza. Perché non basta dire "ero presente". Bisogna produrre evidenze. Bisogna dimostrare competenze.
Una frequenza solo fisica può essere passiva. Una frequenza integrata, invece, può diventare più controllabile: tracciamento degli accessi, consegne, tempi di lavoro, verifiche, feedback, prove finali. La scuola può sapere molto di più su ciò che lo studente ha realmente fatto.
Sincrono, asincrono e presenza: una scuola adulta per adulti
La soluzione non è sostituire la scuola con l'e-learning totale. La soluzione è costruire una scuola adulta per adulti, capace di combinare tre modalità:
Presenza. Necessaria per attività laboratoriali, verifiche decisive, orientamento, relazione educativa, consolidamento del metodo.
Sincrono online. Utile per chi lavora, vive lontano o non può raggiungere la sede in alcune giornate. Mantiene la relazione e permette interazione in tempo reale.
Asincrono. Essenziale per adulti con turni, figli, lavoro serale, malattia o cura familiare. Consente di studiare in tempi compatibili con la vita reale, ma deve essere agganciato a consegne e verifiche.
La scuola degli adulti non può essere pensata come una scuola del mattino spostata alla sera. Deve essere un sistema flessibile, rigoroso e misurabile, dove la personalizzazione non è favore, ma architettura ordinaria del percorso.
Il rischio dell'ingiustizia
Una regola rigida sulle assenze, applicata senza considerare la condizione adulta, produce un effetto ingiusto: premia chi può permettersi di frequentare e penalizza chi ha più ostacoli, anche quando studia, recupera e raggiunge gli obiettivi.
È un paradosso. La scuola degli adulti dovrebbe essere lo strumento con cui il sistema rimedia alle disuguaglianze accumulate nel tempo. Se però misura prima di tutto la disponibilità oraria, rischia di selezionare proprio contro le persone che dovrebbe aiutare: lavoratori poveri, genitori soli, stranieri, caregiver, adulti che provano a rientrare in formazione dopo percorsi difficili.
Una scuola seria non regala titoli. Ma una scuola giusta non confonde la fatica di frequentare con la mancanza di merito.
Il merito vero non è stare seduti
Il merito, nella scuola degli adulti, non può coincidere con la presenza passiva. Il merito è raggiungere competenze, sostenere prove, consegnare lavori, superare moduli, recuperare lacune, dimostrare progressi.
Se uno studente adulto frequenta poco e non è valutabile, la scuola deve fermarlo. Su questo non ci sono dubbi. Ma se frequenta in modo discontinuo per ragioni documentate, recupera con attività tracciate, sostiene verifiche e dimostra di avere raggiunto gli obiettivi, allora bocciarlo solo per la soglia numerica significa usare la frequenza contro la valutazione, non a favore della valutazione.
Il principio dovrebbe essere chiaro:
per i minori la frequenza è anche presidio educativo; per gli adulti la frequenza deve essere soprattutto garanzia di valutabilità.
Se la valutabilità c'è, il sistema deve avere strumenti per riconoscerla.
Cosa dovrebbe fare il Ministero
Il Ministero dovrebbe aprire una riflessione seria sulla frequenza nei percorsi per adulti, a partire da ciò che la normativa già consente. Il DPR 263/2012 parla di fruizione a distanza, crediti, personalizzazione, unità di apprendimento e patto formativo individuale. Non si tratta di inventare tutto da zero. Si tratta di rendere effettivo ciò che è già scritto.
Servirebbero linee nazionali più coraggiose su quattro punti:
- criteri uniformi per recuperare assenze documentate nei percorsi adulti;
- piattaforme e registri capaci di tracciare attività sincrone e asincrone;
- prove standardizzate o rubriche comuni per certificare le competenze recuperate;
- maggiore autonomia ai consigli di classe, ma con obbligo di motivazione chiara.
La regola del 75 per cento può restare come riferimento. Ma per gli adulti dovrebbe essere accompagnata da una disciplina esplicita del recupero, fondata su evidenze didattiche e non solo sulla presenza fisica.
Una scuola che chiede risultati, non solo presenze
La scuola degli adulti ha senso se permette a chi è rimasto fuori, o è uscito troppo presto, di rientrare davvero. Non deve diventare un percorso facile. Deve diventare un percorso possibile.
Possibile per chi lavora.
Possibile per chi ha figli.
Possibile per chi vive lontano.
Possibile per chi ha una malattia documentata.
Possibile per chi non può garantire ogni sera la stessa presenza, ma può garantire studio, prove, consegne e risultati.
La frequenza conta. Ma nella scuola degli adulti deve contare per ciò che rende possibile: apprendimento, relazione, valutazione. Quando quegli elementi sono garantiti anche con modalità integrate, sincrone, asincrone e in presenza, la scuola dovrebbe avere il dovere di riconoscerli.
Perché una scuola per adulti non può chiedere agli adulti di fingere di non avere una vita adulta.
Fonti normative
- DPR 122/2009, art. 14: validità dell'anno scolastico e deroghe
- DPR 263/2012: assetto dei CPIA e dei percorsi di istruzione degli adulti
- D.Lgs. 62/2017: valutazione, competenze ed esami di Stato
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