Ci sono frasi che leggiamo ogni giorno senza farci troppo caso: «profonda preoccupazione», «dialogo costruttivo», «interessi comuni», «stabilità regionale», «tutte le parti sono invitate alla moderazione». Sembrano formule consumate dall'uso, il rumore di fondo dei comunicati ufficiali, parole scelte proprio per non attirare l'attenzione. E invece, in diplomazia, sono spesso quelle che bisognerebbe leggere meglio.

Uno Stato raramente dice tutto ciò che pensa e quasi mai può permettersi di dirlo nello stesso modo a un alleato, a un avversario, alla propria opinione pubblica e ai mercati. Dietro una formula apparentemente innocua può esserci una minaccia, dietro un complimento una richiesta, dietro un'omissione una scelta politica. Imparare a leggere questo linguaggio significa quindi imparare qualcosa di più della diplomazia: significa cominciare a leggere la geopolitica.

Il post Meloni-Erdoğan, letto da vicino

Un piccolo esercizio può partire dal post con cui Giorgia Meloni ha risposto a Recep Tayyip Erdoğan, un messaggio apparentemente insignificante che, letto con attenzione, diventa quasi una mappa. Il presidente turco si congratula per un primato politico interno: il 4 settembre 2026 il governo Meloni è diventato il più longevo della Repubblica italiana. La presidente del Consiglio risponde il 5 settembre 2026 con altrettanta cortesia, e due bandierine, italiana e turca, completano il quadro. A prima vista è puro cerimoniale.

«L'Italia e la Turchia sono legate da legami storici e interessi comuni». Poi arrivano il dialogo, la cooperazione, il Mediterraneo, la sicurezza, la stabilità regionale e le opportunità per i rispettivi popoli. Non manca quasi nulla, salvo naturalmente ciò di cui si sta davvero parlando. Non compare la Libia, dove Italia e Turchia possono trovarsi contemporaneamente dalla stessa parte e da parti diverse; non compare Cipro; non compaiono le rivendicazioni turche nel Mediterraneo orientale, la Grecia, Israele, i Balcani, le migrazioni, l'industria della difesa. Non vengono ricordati neppure i complessi rapporti di Ankara con la NATO, la Russia e la Cina. Eppure tutto questo rimane sul tavolo.

Per capire il messaggio, dunque, non basta chiedersi che cosa vi sia scritto: bisogna domandarsi anche che cosa non vi sia scritto e perché. È una delle prime regole del linguaggio diplomatico, perché l'assenza può avere un significato quasi quanto la presenza. Quelle poche righe possono così comunicare ad Ankara che Roma non intende aderire automaticamente a una politica antiturca; possono ricordare ad Atene e Nicosia che la solidarietà europea non cancella gli interessi nazionali italiani; possono far sapere a Israele che la cooperazione rimane importante senza attribuirgli il diritto di stabilire da solo gli equilibri mediterranei; e possono suggerire alla Francia, senza neppure nominarla, che l'Italia conserva una propria relazione autonoma con la Turchia. Agli italiani, nel frattempo, il messaggio dice qualcosa di più semplice: abbiamo rapporti utili e intendiamo mantenerli. Quanto siano complicati è un altro discorso.

Che cosa è il diplomatichese

Ed è qui che comincia il cosiddetto diplomatichese. Non è necessariamente una lingua inventata per nascondere la realtà; è piuttosto una lingua capace di distribuirla su diversi livelli. Al cittadino offre una superficie relativamente liscia, all'alleato manda una rassicurazione, al rivale consegna un avvertimento, agli apparati lascia spazio per negoziare e a chi domani dovrà cambiare posizione regala una frase abbastanza elastica da non spezzarsi.

Da Bisanzio a Venezia: come nasce il linguaggio della diplomazia

La diplomazia, del resto, esiste da quando due comunità hanno scoperto che mandare un ambasciatore costava meno che mandare un esercito. Il diplomatichese dev'essere nato poco dopo, quando ci si accorse che anche un ambasciatore, se parlava con eccessiva chiarezza, poteva rendere necessario l'esercito.

Nel mondo antico il messaggero non era soltanto l'uomo che portava una notizia: per qualche ora rappresentava il sovrano che lo aveva inviato. Offendere lui poteva significare offendere lo Stato. Di qui le formule, le precedenze, le credenziali, le attese e quel complesso insieme di gesti che ancora oggi chiamiamo protocollo. La diplomazia imparò molto presto una cosa che vale ancora: la forma non è sempre l'ornamento della sostanza, qualche volta è la sostanza.

I Bizantini portarono quest'arte a livelli che gli occidentali potevano scambiare per esasperazione cerimoniale. A Costantinopoli l'inviato straniero veniva accolto dentro una scena costruita con sale, abiti, doni, titoli e attese. Ogni dettaglio stabiliva una gerarchia senza bisogno di dichiararla. Far aspettare un ambasciatore significava diminuire il prestigio del sovrano che rappresentava; riceverlo con enorme magnificenza poteva sembrare un omaggio, ma era anche un modo per ricordargli con chi aveva a che fare. Chi possiede un palazzo abbastanza imponente da impressionare l'avversario può qualche volta risparmiarsi di mostrargli l'esercito.

Venezia sviluppò un talento diverso. L'ambasciatore non doveva soltanto parlare, doveva osservare. Le relazioni degli inviati veneziani descrivevano finanze, eserciti, caratteri dei principi, corti, malattie, debolezze e passioni. Il diplomatico diventava contemporaneamente notaio, psicologo e spia, con l'obbligo professionale di non sembrare nessuna delle tre cose.

Con la nascita delle ambasciate permanenti nell'Italia rinascimentale il linguaggio dovette diventare ancora più prudente. Una missione occasionale poteva anche permettersi una frase definitiva; un ambasciatore destinato a rimanere in una capitale doveva invece sopravvivere alle conseguenze delle proprie parole. Nacque così una delle virtù fondamentali della diplomazia: l'ambiguità controllata, cioè dire abbastanza perché l'altro capisca, ma non tanto da impedirgli di fingere di non avere capito.

La temperatura degli aggettivi

Per secoli le grandi corti europee raffinarono questo codice. La lingua francese divenne lo strumento privilegiato di una diplomazia capace di essere fredda senza apparire villana e minacciosa senza perdere la sintassi. Bastava cambiare un aggettivo, togliere una formula di riguardo o sostituire una «speranza» con una «aspettativa» perché la temperatura del messaggio salisse di qualche grado.

È un dettaglio importante anche per chi oggi legge un comunicato internazionale: in diplomazia gli aggettivi hanno una temperatura. Una «preoccupazione» non equivale a una «profonda preoccupazione»; «prendere nota» non significa «accogliere con favore»; una «ferma condanna» non ha la stessa intensità di un semplice «rammarico». E quando un governo annuncia che «tutte le opzioni restano sul tavolo», di solito vuole che l'interlocutore immagini che su quel tavolo non ci siano soltanto altri comunicati.

La grammatica europea: dire senza dire

L'Europa ha perfezionato questa lingua fino a farne quasi una seconda grammatica istituzionale. È comprensibile: il continente europeo ha conosciuto molte guerre e, forse, ancora più amministrazioni. Diffida dell'urlo e adora la procedura. Non dice volentieri «smettetela», preferisce «invitare tutte le parti ad astenersi da iniziative suscettibili di compromettere il processo»; non dice «vi puniremo», ma può avvertire che «le decisioni assunte incideranno inevitabilmente sulla qualità delle relazioni future»; non dice «avete mentito», osserva più compostamente che «alcuni elementi della ricostruzione non appaiono pienamente coerenti con le informazioni disponibili».

Il vantaggio è evidente: molti governi possono firmare lo stesso testo attribuendogli sfumature differenti. Il difetto pure: talvolta si rischia di impiegare tre giorni per trovare il sinonimo di «incendio» mentre la casa brucia.

Il linguaggio diplomatico europeo ricorre spesso all'impersonale. I protagonisti scompaiono e rimangono «gli sviluppi», «la situazione», «le iniziative». Gli uomini sembrano non compiere più azioni, gli eventi semplicemente accadono, con la discrezione di un fenomeno meteorologico. Poi c'è la reciprocità: anche quando un aggressore e un aggredito sono riconoscibili, può comparire un invito rivolto a «tutte le parti». C'è la reversibilità: una condanna deve quasi sempre lasciare aperta una porta per il dialogo. E c'è il diritto internazionale, invocato come principio, come scudo e talvolta anche come nascondiglio.

Che cosa dice davvero il messaggio di Meloni a Erdoğan

È utile tornare, a questo punto, al messaggio di Meloni. I «legami storici» danno profondità a un rapporto che, descritto soltanto attraverso gli interessi contemporanei, potrebbe sembrare più opportunistico. Gli «interessi comuni» sono una cassaforte abbastanza grande da contenere commercio, energia, difesa, migrazioni e Libia senza bisogno di mostrarne il contenuto. Le «sfide riguardanti il Mediterraneo» evitano accuratamente di spiegare chi costituisca una sfida per chi. La «sicurezza e stabilità regionale» riconosce implicitamente alla Turchia il ruolo di attore necessario negli equilibri mediterranei. E la «concretezza» dice che Roma vuole risultati.

Anche la circostanza conta. Erdoğan si congratula con Meloni per la durata del governo; Meloni gli risponde ricordando indirettamente che la stabilità politica italiana può significare continuità strategica. In altre parole: io resto, il rapporto resta, gli accordi possono continuare. Per una Repubblica che per decenni ha cambiato governi con una certa familiarità, la durata diventa improvvisamente un argomento di politica estera.

Ma forse la parte più interessante resta quella che non c'è. Nel messaggio manca il consueto richiamo al rispetto del diritto internazionale, della sovranità e dell'integrità territoriale. Inserirlo avrebbe significato rassicurare Grecia e Cipro e, contemporaneamente, ricordare ad Ankara l'esistenza di un limite. Non inserirlo non significa riconoscere le posizioni turche, significa non permettere che quelle controversie occupino l'intero rapporto con la Turchia.

Qui appare con chiarezza un altro principio utile per comprendere la diplomazia: uno Stato può avere contemporaneamente interessi che non coincidono perfettamente fra loro. L'Italia deve essere solidale con Grecia e Cipro, mantenere relazioni con Israele, cooperare con la Turchia, occuparsi dei flussi migratori, difendere i propri interessi in Libia e conservare una propria capacità d'iniziativa nel Mediterraneo. La chiarezza assoluta renderebbe più difficile fare contemporaneamente tutte queste cose. L'ambiguità, quindi, non è sempre codardia: talvolta è semplicemente il prezzo della simultaneità.

Naturalmente può diventare un alibi. Un comunicato tanto equilibrato da non distinguere più chi aggredisce da chi viene aggredito non è prudente, è inutile. E una formula che invita eternamente «le parti» alla moderazione può finire per favorire chi possiede più forza. Il diplomatichese dà il meglio quando conserva uno spazio per negoziare senza cancellare i fatti; dà il peggio quando usa quello spazio proprio per non guardarli.

Il codice persiano: il ta'arof e la minaccia cortese

Ma non tutte le diplomazie parlano nello stesso modo. Nella tradizione persiana il rango, l'onore e il cerimoniale hanno avuto un'importanza particolare. Alla corte safavide perfino la consegna delle credenziali poteva assumere un valore politico. L'udienza dell'ambasciatore non era un semplice incontro: stabiliva chi concedeva onore a chi e quindi quale posizione ciascuno occupasse.

A questa tradizione si collega il ta'arof, il complesso rituale sociale nel quale si offre, si rifiuta, si insiste e ci si schermisce. Scambiarlo semplicemente per ipocrisia sarebbe un errore: è una negoziazione della dignità. Chi offre rende onore all'altro, chi rifiuta mostra riguardo per l'offerente, chi insiste dimostra che l'offerta era seria. Soltanto dopo alcuni passaggi si arriva alla sostanza. Lo straniero può prendere alla lettera la prima frase; chi conosce quel codice ascolta anche il tono, il rango dell'interlocutore e il numero delle insistenze.

Naturalmente l'Iran contemporaneo non può essere spiegato come se vivesse ancora in una miniatura safavide. La Repubblica islamica è uno Stato sottoposto a sanzioni, circondato da basi straniere, dotato di reti regionali e attraversato da propri conflitti interni. La tradizione può fornire il vocabolario, ma interessi, armi e rapporti di forza scrivono la frase.

Rimane però una capacità retorica particolare: quella di onorare formalmente l'interlocutore mentre gli si comunica qualcosa di molto poco amichevole. Si può esprimere «profondo rispetto» per il popolo di un Paese e, poche righe più sotto, accusarne il governo. Si può dichiarare che «la finestra della diplomazia rimane aperta» e nello stesso tempo ricordare che determinati obiettivi militari sono stati identificati. Il pugnale non viene nascosto: viene offerto su un vassoio d'argento, lasciando al destinatario qualche istante per ammirarne l'impugnatura.

Nella Repubblica islamica convivono inoltre linguaggi differenti. C'è quello rivoluzionario: oppressori e oppressi, resistenza, martirio. C'è quello giuridico: Carta delle Nazioni Unite, sovranità, aggressione, legittima difesa. E c'è quello militare: «risposta dolorosa», «obiettivi identificati», «momento e luogo opportuni». Possono comparire nello stesso giorno senza necessariamente contraddirsi. Il ministero degli Esteri può lasciare aperta la porta, la Guida suprema può attribuire alla crisi un significato morale, le Guardie rivoluzionarie possono far sentire il rumore della serratura.

La formula «al momento e nel luogo opportuni» è quasi una lezione di diplomazia in poche parole. La rappresaglia viene annunciata, ma rimangono incerti il momento, il bersaglio e le modalità. È una minaccia e una riserva insieme: costringe l'avversario a proteggere molte porte senza sapere quale potrebbe essere bussata.

Un altro espediente consiste nell'attribuire all'altra parte la responsabilità delle conseguenze. Se un Paese mette il proprio territorio a disposizione dell'aggressore, viene avvertito che dovrà «assumersi le conseguenze delle proprie decisioni». La traduzione politica è abbastanza chiara, ma la forma permette di presentare l'eventuale rappresaglia come una conseguenza inevitabile della scelta altrui.

Bruxelles non dice necessariamente: vi isoleremo, dice: le vostre decisioni avranno conseguenze sulle relazioni. Teheran non dice: provocheremo l'escalation, dice: l'aggressore ci costringerà a esercitare il nostro diritto. In ogni capitale la punizione preferisce sembrare inevitabile, mai vendicativa.

Il codice di Trump: minacce enormi in frasi elementari

Poi arriva Donald Trump e il codice cambia ancora. La diplomazia tradizionale nasconde spesso una minaccia dura dentro una frase morbida; Trump tende a fare il contrario, mettendo una minaccia enorme dentro una frase elementare e lasciando nel dubbio quanto sia davvero disposto a trasformarla in azione. L'ambiguità non riguarda più tanto il significato delle parole, quanto la probabilità che diventino fatti.

«Vedremo cosa succede» è, da questo punto di vista, una formula diplomatica quasi perfetta. Può significare che una decisione non è ancora stata presa, che è stata presa ma non viene rivelata, che si aspetta una concessione, che si vuole conservare la sorpresa o semplicemente che bisogna aspettare.

Il lessico trumpiano è volutamente semplice: grande, terribile, forte, debole, fantastico, disastro, vincere, pagare. Liquidarlo soltanto come povertà linguistica sarebbe riduttivo, perché è anche uno strumento politico. Una frase di dieci parole raggiunge nello stesso momento il governo avversario, i mercati, i notiziari e l'elettore prima che una cancelleria tradizionale abbia terminato la propria nota ufficiale.

Questa diplomazia parla infatti contemporaneamente a due tavoli. Al governo straniero presenta una richiesta, una minaccia e magari una possibile via d'uscita; alla propria opinione pubblica racconta una storia assai più semplice: l'America era debole perché governata da deboli, adesso viene rispettata perché qualcuno ha ricominciato a farsi rispettare. Gli alleati diventano Paesi che devono pagare, gli avversari sono forti o deboli, i trattati assumono l'aspetto di contratti nei quali qualcuno sta facendo un buon affare e qualcun altro viene imbrogliato. La complessità non viene discussa: viene semplicemente tolta dall'inquadratura.

Anche il complimento cambia funzione. La lode a un leader straniero può diventare una specie di credito politico: vale finché il rapporto personale produce risultati. Quando l'allineamento viene meno, il riconoscimento può essere ritirato con la stessa rapidità con cui era stato concesso. È molto diverso dalla diplomazia tradizionale, che cerca spesso di offrire all'avversario una possibilità di cedere senza dover dichiarare pubblicamente di aver ceduto. La diplomazia personalizzata può invece chiedere la concessione e, insieme, la sua rappresentazione pubblica.

Ma un governo umiliato davanti alla propria opinione pubblica può essere costretto a respingere in privato ciò che avrebbe forse accettato senza quell'umiliazione. Una frase utile per vincere un applauso può costare altrove un voto, una base, una mediazione.

Leggere la geopolitica nelle frasi

Ed eccoci di nuovo al messaggio di Meloni. Accanto alle minacce esplicite, agli ultimatum e alle promesse di rappresaglia, quelle parole possono apparire pallide. Ma sono costruite per durare più di un titolo. Possono essere lette ad Ankara senza produrre una rottura, ad Atene senza obbligare a una crisi, a Bruxelles senza particolare imbarazzo e a Roma senza costringere il governo a spiegare immediatamente tutti gli interessi in gioco.

È questo, in fondo, il mestiere delle cancellerie: costruire frasi capaci di attraversare molte frontiere portando significati diversi, purché non incompatibili. Il diplomatichese europeo assomiglia a un corridoio con molte porte; quello persiano a una sala cerimoniale nella quale perfino la minaccia viene fatta accomodare; quello trumpiano a un balcone dal quale il padrone dell'albergo annuncia agli ospiti che il conto è aumentato e che dovrebbero essergliene riconoscenti.

Nessuno dei tre è necessariamente più sincero degli altri: parlano semplicemente a pubblici differenti. Ed è forse questo il punto più interessante per chi voglia studiare la diplomazia, o provare a spiegarla. Un comunicato internazionale non andrebbe letto soltanto chiedendosi «che cosa dice?». Bisognerebbe aggiungere almeno altre tre domande: perché lo dice proprio in questo modo? A chi sta realmente parlando? E, soprattutto, che cosa ha scelto di non dire?

Da queste domande può cominciare una lezione di storia contemporanea, di educazione civica, di diritto internazionale o di geopolitica. Ma può cominciare anche semplicemente una lettura più consapevole delle notizie.

Perché la diplomazia non è l'arte di parlare senza dire nulla. È l'arte di dire abbastanza perché chi deve capire capisca, senza dire tanto da rendere impossibile tornare indietro. La prossima volta che in un comunicato leggeremo «profonda preoccupazione», «interessi comuni», «stabilità regionale» o «tutte le opzioni restano aperte», forse converrà non passare subito alla notizia successiva. Un aggettivo aggiunto, una parola evitata, un Paese non nominato o una formula apparentemente rituale possono raccontare rapporti di forza, interessi e timori che sulla carta geografica non si vedono.

La geopolitica, infatti, non si legge soltanto sulle mappe, nei bilanci militari o nei movimenti delle flotte. Si legge anche nelle frasi, soprattutto in quelle che sembrano non dire niente.

Riferimenti per approfondire

  • Post di Giorgia Meloni in risposta alle congratulazioni del presidente Recep Tayyip Erdoğan, 5 settembre 2026.
  • Presidenza della Repubblica di Türkiye, comunicati sugli incontri Erdoğan-Meloni e sulla cooperazione relativa a Libia, sicurezza europea e Mediterraneo.
  • Encyclopaedia Iranica, voci sulla corte safavide e sulle relazioni diplomatiche persiane.
  • Jovan Kurbalija e Hannah Slavik (a cura di), Language and Diplomacy.
  • DiploFoundation, materiali sul linguaggio e sull'ambiguità diplomatica.
  • European Council on Foreign Relations, analisi della proiezione internazionale del movimento MAGA.
  • William O. Beeman, studi sul ta'arof, sullo status e sulle strategie comunicative nella cultura iraniana.