C'è stato un tempo in cui le università si fondavano sulle bolle papali, sui decreti imperiali o, maledetta modernità, su severissimi decreti ministeriali. Tempi bigotti e polverosi, converrete con me, in cui per fregiarsi del titolo di dottore toccava consumarsi gli occhi sui testi di Giustiniano o sulle dispense di anatomia, affrontando lo sguardo severo di commissioni parruccone. Oggi, fortunatamente, il progresso ha marciato spedito e ha semplificato le cose: per adornare il salotto buono di una prestigiosa cornice bastano un bonifico annuale da millecinquecento euro, una connessione internet e una discreta dose di spudoratezza.

La cronaca di questi giorni, rimbalzata con la solita e stucchevole foga da ogni telescrivente del Regno, fino alle colonne del Sole 24 Ore, ci consegna una vicenda partenopea che oscilla magnificamente tra la commedia di Eduardo e la farsa da avanspettacolo. La Guardia di Finanza, con la solennità che si conviene alle grandi occasioni, ha smantellato un «falso ateneo» dedito al commercio di pergamene: oltre cinquecento titoli sequestrati, per la precisione 459 certificati di laurea e 49 honoris causa, distribuiti in un ventennio di onorata attività, il tutto senza uno straccio di accreditamento ministeriale ma con tanto di sito, pagine social e sigilli della Regione Campania allegramente contraffatti. Fin qui, direte voi, nulla di nuovo sotto il sole d'Italia: il mercato dei titoli taroccati è una delle nostre più solide tradizioni nazionali, seconda forse solo al gioco delle tre carte e all'evasione dell'imposta di registro.

Il capolavoro, il tocco di genio che eleva questa truffa a opera d'arte contemporanea, risiede però in un dettaglio filologico che i miei solerti colleghi della stampa quotidiana hanno pudicamente ignorato, troppo occupati come sono a inseguire il riflesso condizionato del comunicato stampa. Sulle pergamene sequestrate dalle Fiamme Gialle, infatti, non si proclamavano affatto i candidati dottori in utriusque iuris o in altre astruserie accademiche. No. Il paròn di questa bottega dell'intelletto, evidentemente dotato di un fine senso dell'umorismo o forse soltanto di un avvocato prudente, ci teneva alle parole: il candidato veniva solennemente proclamato «addottrinato».

Capite la sublime e involontaria vetta letteraria? Non dottore, che è titolo abusato e legalmente protetto, ma addottrinato. Il termine, per chi conserva ancora il vizio di sfogliare il dizionario, non indica affatto chi ha appreso il metodo del dubbio, la speculazione filosofica o la nobile arte della critica. Addottrinare significa inoculare un dogma, addestrare al conformismo, fare il lavaggio del cervello a qualcuno affinché ripeta a memoria la lezione del padrone. Chi comprava quel foglio, dunque, pagava per farsi certificare, nero su bianco e con tanto di sigillo, la propria sottomissione all'altrui dottrina.

Ed è qui che la tragedia si fa commedia e la commedia si fa specchio di questo nostro disgraziato Paese. Gli acquirenti di queste magnifiche cornici non erano poveri studenti sprovveduti tratti in inganno da un'architettura accademica credibile. Sapevano benissimo che quella triennale in sociologia o scienze turistiche valeva quanto il due di coppe quando la briscola è a denari. Sapevano che nessun concorso pubblico avrebbe mai accettato quel blasone da operetta. Ma a loro non importava il valore legale, e ancor meno quello culturale. A loro importava la scenografia. Cercavano il teatro della laurea: la corona d'alloro, la fotografia sorridente con la pergamena in mano, il brindisi con i parenti invidiosi e, infine, l'agognato trofeo da appendere alla parete del corridoio per coprire una macchia di umidità o per dare un tono di finta rispettabilità a una casa altrimenti spoglia di letture. È il trionfo dell'analfabetismo di ritorno che cerca la sua legittimazione attraverso il feticcio.

A rendere il quadro ancor più delizioso è intervenuto il solito ingrediente fisso di ogni italica messinscena: il Nome. In questo caso, il malcapitato Pippo Franco, al quale i fantasiosi rettori di questa accademia del nulla avevano tributato una laurea honoris causa in Scienze della comunicazione nel 2016. Immaginiamo la scena, degna del miglior Bagaglino: toghe di velluto sintetico, discorsi altisonanti, e il povero comico, del tutto ignaro del raggiro e infatti non indagato, che ritira il premio convinto che qualcuno avesse finalmente riconosciuto i suoi meriti nelle scienze della comunicazione. La truffa che si traveste da omaggio, il Bagaglino che si fa accademia.

Ma se il grottesco della vicenda commuove per la sua ingenuità, ciò che lascia davvero sgomenti è lo spettacolo offerto dalla tribù dei giornalai di casa nostra. Non appena la Procura di Napoli ha diffuso la nota ufficiale, si è scatenata la consueta gara a chi copia più in fretta. Le redazioni, ormai svuotate di giornalisti e popolate da solerti passacarte digitali, si sono precipitate a riprodurre lo stesso identico testo, con le stesse virgole e gli stessi identici punti chiave forniti dall'ufficio stampa delle Fiamme Gialle.

Nessuno che si sia preso la briga di sollevare il telefono, di andare a vedere dove avesse sede questa stravagante università, o di domandarsi cosa diamine significasse quel termine, «addottrinato», stampato sui diplomi. No, troppo faticoso. Molto meglio intingere la penna nel calamaio dello sdegno istituzionale, riportando con devota gravità le dichiarazioni della ministra di turno che, poverina, deve pur dire che «lo Stato c'è» e che «il merito va tutelato».

Così, la notizia è diventata un tormentone nazionale non per la gravità del reato (che in fin dei conti si riduce a qualche sigillo taroccato della Regione Campania applicato su carta stracca), ma per quel riflesso condizionato che spinge la stampa italiana a rincorrersi come i polli di Renzo Tramaglino. Un circo mediatico che amplifica il nulla, regalando la prima pagina a una banda di venditori di fumo e alla loro clientela di vanesi vanitosi. E dire che di titoli comprati e di scorciatoie accademiche questo Paese discute da anni, quando si parla seriamente di diplomifici e dei decreti che provano ad arginarli: ma il lavoro paziente delle norme fa meno notizia di una pergamena con la corona d'alloro.

Usciamo da questa lettura con una certezza e una malinconia. La certezza è che l'italiano medio continuerà sempre a preferire una bugia ben incorniciata a una verità faticosa. La malinconia è per la nostra lingua, ridotta a brandelli da chi vende lauree e da chi scrive sui giornali. Se il mondo è diventato strano, come qualcuno va dicendo, è perché abbiamo sostituito i dottori con gli addottrinati e i giornalisti con i ripetitori di comunicati. E il bello, o il tragico, è che sembriamo tutti perfettamente felici così.