Uno spettro si aggira sugli esami di Stato: è lo spettro del ricorso al TAR. Lo descrive con esattezza Alessandro Giusti, insegnante con quarant'anni di esperienza in istituto tecnico, nel suo libro "Vita di scuola": i commissari si preoccupano delle domande da porre, della disposizione fisica dello studente nell'aula, persino del modo in cui il presidente apre e chiude la seduta, tutto allo scopo di produrre documentazione a prova di impugnazione. Il risultato è una valutazione costruita per resistere all'aula del tribunale, non per misurare le competenze.

Questo meccanismo ha prodotto un risultato statisticamente misurabile: la bocciatura alla maturità è crollata dal 5,1% del 1999 allo 0,1% del 2025. Non perché gli studenti italiani siano diventati molto più bravi, anzi, i dati INVALSI dicono il contrario. Ma perché il sistema di valutazione ha sviluppato una fisiologica avversione al rischio, premiando chi non crea attriti e penalizzando chi osa mantenere criteri rigorosi.

I numeri che raccontano un sistema sotto pressione

Il crollo storico delle bocciature

Il grafico storico dei bocciati alla maturità descrive una traiettoria chiara:

  • 1994-1995: oltre il 5% bocciati
  • 1999-2001: 5,1% poi 4,8% poi 3,2%
  • 2017: 0,5%
  • 2018: 0,4%
  • 2019: 0,3%
  • 2025: 0,1% (99,9% promossi)

Nella scuola secondaria di primo grado la situazione non è diversa: solo l'1,5% di bocciati. Il 98% degli scrutinati viene ammesso alla classe successiva o all'esame.

Il paradosso Nord-Sud: più lodi dove le competenze sono peggiori

Il dato statisticamente più devastante per la credibilità del sistema è il paradosso Nord-Sud nei voti della maturità 2025:

  • Calabria e Sicilia: tra le regioni con il maggior numero di 100 con lode (6,1% di lodi in Calabria, 4 volte la Lombardia che si ferma all'1%)
  • I dati INVALSI 2025: Calabria e Sicilia hanno le competenze più basse d'Italia (oltre il 65% degli studenti insufficiente in matematica in Calabria)

Le regioni dove si danno più voti massimi sono quelle dove le competenze misurate oggettivamente sono più basse. Questo non è un caso: è la prova statistica più netta di come l'inflazione dei voti operi in modo inverso rispetto alla qualità dell'apprendimento.

Il divario tra voti scolastici e competenze INVALSI

Il rapporto INVALSI 2025 ha certificato dati che contraddicono frontalmente i voti di diploma:

  • Solo il 49,2% degli studenti all'ultimo anno delle superiori raggiunge competenze matematiche adeguate (calo dal 61% del 2019)
  • Il 48,3% non raggiunge competenze alfabetiche adeguate
  • Solo il 12,3% raggiunge livelli eccellenti in tutte le materie: il valore più basso mai registrato
  • In istituti tecnici e professionali: meno del 18% raggiunge standard soddisfacenti in matematica

Contemporaneamente: il 99,9% viene promosso, con il 7,1% che ottiene 100 e il 2,8% la lode.

Il ministro Valditara ha proposto di inserire il punteggio INVALSI nel certificato di diploma. Un'idea definita "pilatesca" dai critici: istituzionalizza il problema senza risolverlo, fotografa la distanza tra voti scolastici e competenze reali senza intervenire sui meccanismi che la producono.

L'abbandono universitario: la resa dei conti

Il sistema scolastico emette diplomi, ma l'università fa la conta reale. Il tasso di abbandono al primo anno universitario è salito dal 6,3% del 2011-2012 al 7,1% del 2022-2023. Oltre un milione di studenti con diploma "eccellente" non riesce ad affrontare il primo anno di università.

Il dato più rivelatore: per studenti provenienti da famiglie con genitori non laureati, l'abbandono sale all'11,1%. Per chi ha genitori laureati: 3,7%. Non è un problema di capacità: è un problema di diplomi che non corrispondono a competenze reali, e che creano aspettative irrealistiche destinate a scontrarsi con la realtà universitaria.

Come funziona la "paura del giudice"

L'asimmetria fondamentale delle conseguenze

Il meccanismo che produce compiacenza è strutturale, non individuale. Si basa su un'asimmetria radicale delle conseguenze tra promuovere e bocciare:

Una promozione ingiusta:
- Invisibile al sistema
- Nessun ricorso possibile (solo il bocciato può ricorrere, non il promosso che non avrebbe dovuto esserlo)
- Nessuna responsabilità personale per il docente
- Nessun "danno d'immagine" per l'istituto

Una bocciatura formalmente imperfetta:
- Ricorso al TAR con sospensiva immediata
- Ammissione "con riserva" alla classe superiore o all'esame mentre si attende la sentenza
- Riapertura dell'esame con nuova commissione
- Potenziale risarcimento
- Procedura estenuante che dura 18 mesi-3 anni
- Responsabilità del dirigente scolastico
- Danno d'immagine per l'istituto

Quando i costi di una bocciatura rigorosa sono così asimmetrici rispetto ai costi di una promozione ingiusta, il sistema produce razionalmente comportamenti orientati alla promozione.

Comportamenti documentati nei commissari

Il sito orizzonteinsegnanti.it ha documentato con precisione i comportamenti concreti che emergono dalla paura del ricorso:

Standardizzazione delle domande. I commissari esterni chiedono agli interni quali domande porre, per uniformare il colloquio e ridurre i margini di contestazione sulla tipologia di quesiti.

Non interruzione durante l'orale. I docenti evitano di interrompere gli studenti durante il colloquio anche per correggere errori gravi, temendo che sia classificato come "interferenza non autorizzata" o "comportamento intimidatorio" impugnabile.

Rituali preventivi. La disposizione fisica dello studente nell'aula, i tempi di attesa, la forma delle verbalizzazioni: tutto viene standardizzato su indicazione degli ispettori ministeriali per produrre documentazione a prova di ricorso. Precauzioni che nulla hanno a che fare con la didattica.

Aggiustamento ai margini delle fasce. Quando un candidato non ha abbastanza punti per raggiungere la fascia di credito superiore, i commissari tendono ad alzare leggermente il punteggio. "È meglio trovare un compromesso, non esporsi al rischio" è la logica implicita che guida la decisione.

La divisione implicita dei docenti. Il sistema divide gli insegnanti in due categorie: "acquiescenti" (maggioranza, che evitano i conflitti) e "intransigenti" (minoranza, che rischiano l'isolamento professionale). L'acquiescenza viene premiata: meno problemi per il dirigente, meno ricorsi, migliore reputazione dell'istituto sul mercato.

La sentenza che ha cambiato tutto

Il Consiglio di Stato, sentenza n. 4107/2020, ha fissato un principio che ha avuto conseguenze pratiche enormi: "nella scuola secondaria di I grado la regola è l'ammissione alla classe successiva, mentre l'eccezione è la non ammissione."

In traduzione pratica: per bocciare legittimamente occorre dimostrare che:
1. Sono stati attivati senza successo tutti gli accorgimenti previsti, inclusi i corsi di recupero
2. L'esito del percorso di recupero risulta "irrimediabilmente sfavorevole"
3. La motivazione della non ammissione è "completa ed esaustiva" ai sensi del D.Lgs. 62/2017

Ogni singolo elemento richiede documentazione rigorosa. Un verbale approssimativo, un corso di recupero non attivato, una motivazione generica: ciascuno di questi vizi proceduali rende la bocciatura impugnabile con successo al TAR.

Il paradosso: la scuola vince quasi sempre al TAR (90% dei casi), ma la sola esistenza del rischio di ricorso è sufficiente a modificare il comportamento preventivo dei docenti.

Il ruolo dei dirigenti scolastici

I dirigenti scolastici sono esposti a responsabilità civili e personali per le decisioni della scuola. Un ricorso TAR accolto obbliga il dirigente a riconvocare il consiglio di classe. La responsabilità manageriale include la reputazione dell'istituto, che in un mercato scolastico competitivo (con la competizione per le iscrizioni legata ai finanziamenti) è un fattore di sopravvivenza istituzionale.

Il SINALP ha documentato nel 2026 come le scuole ricevano "segnali continui di docenti che riferiscono pressioni dirette o indirette per limitare le insufficienze, evitare le bocciature e ridurre il rigore della valutazione." In alcune istituzioni si è diffusa una norma implicita: i voti inferiori a 4 andrebbero evitati indipendentemente dalla preparazione effettiva dello studente.

La risposta dei dirigenti è stata aumentare la burocrazia della valutazione: "protocolli precisi, numero sufficiente di interrogazioni orali, griglie di valutazione chiare." Questo non elimina il problema; lo trasferisce dal piano didattico a quello procedurale. Il risultato finale è un sistema dove si dedica più tempo a costruire documentazione difensiva che a valutare concretamente.

Il meccanismo dell'inflazione: la concorrenza tra scuole

La scuola paritaria ha introdotto un elemento di mercato che amplifica ulteriormente la tendenza all'inflazione dei voti. Le famiglie "votano con i piedi": scelgono le scuole con la reputazione di essere "meno rigide". Le scuole statali, soprattutto in contesti di calo demografico, sono esposte a questa pressione competitiva.

Il sito Tecnica della Scuola ha documentato il fenomeno: a Roma, i ricorsi al TAR contro bocciature scolastiche sono aumentati del 25% in cinque anni. Non necessariamente perché le bocciature siano aumentate, ma perché le famiglie sono diventate più propense a contestarle.

L'avvocato Vincenzo Rienzi, specialista in diritto scolastico, ha dichiarato: "quello che vediamo non è un'impennata delle bocciature, ma un'impennata della propensione a ricorrere. Le famiglie percepiscono la valutazione come arbitraria, e in molti casi hanno ragione: se i criteri non sono pubblicati e documentati, è difficile difenderli."

Il confronto con l'Europa

La posizione italiana nel confronto europeo sulla ripetenza non è quella che la narrazione comune suggerirebbe. Con il 9% di studenti 15enni che hanno ripetuto almeno un anno (dato PISA/OCSE), l'Italia si colloca esattamente sulla media OCSE.

Il dato interessante è il confronto con paesi che hanno ridotto le bocciature per via legislativa, non per miglioramento delle competenze:
- Spagna: dal 33% del 2012 al 22% dopo la riforma del 2013, senza miglioramenti PISA corrispondenti
- Francia: dal 28% del 2012 all'11% dopo la riforma del 2013, stessa storia

La riduzione amministrativa delle bocciature non produce automaticamente miglioramento delle competenze. L'OCSE è prudente su questo punto: raccomanda "interventi precoci individualizzati" invece di sistemi puramente selettivi, ma non consiglia l'abolizione delle bocciature come soluzione in sé.

Casi documentati in cui le famiglie hanno vinto

Il 10% di ricorsi al TAR che hanno esito positivo per le famiglie riguarda quasi sempre vizi procedurali, non il merito della valutazione. I casi documentati descrivono un pattern preciso:

Mancata attivazione dei corsi di recupero. Il TAR Lazio ha annullato la bocciatura di una studentessa di prima media con sei insufficienze perché "la studentessa ha visto incrementare le proprie conoscenze e migliorare i propri voti dall'inizio alla fine delle lezioni" e la scuola non aveva fornito "sistemi di ausilio e di supporto per il recupero."

Mancata considerazione di circostanze eccezionali. TAR Veneto n. 1959/2025: bocciatura annullata per uno studente che aveva perso il padre durante l'anno scolastico. La scuola non aveva valutato le circostanze.

Vizi procedurali all'orale della maturità. A Imperia: studente con 5/20 all'orale, nonostante ottimi scritti. Il TAR ha ritenuto insufficiente la motivazione dei commissari e ha ordinato il riesame: risultato finale 62/100. A Taranto: lode assegnata dal TAR a una studentessa con voti massimi in tutte le prove, a cui era stata negata.

In tutti questi casi il TAR non ha "promosso" direttamente lo studente: ha ordinato alla scuola di rifare la valutazione, questa volta rispettando le procedure.

La risposta istituzionale: la riforma Valditara

Il governo ha risposto con interventi che cercano di riequilibrare il rapporto tra valutazione e accountability:

A.s. 2024/2025:
- Voto di condotta ripristinato come fattore di ammissione: comportamento inferiore a 6 = non ammissione automatica
- Condotta pari a 6: richiede elaborato critico aggiuntivo all'esame
- Scuola primaria: ritorno ai giudizi sintetici

Riforma maturità 2026 (in preparazione):
- Obiettivo dichiarato: "restituire all'esame la natura di vero esame di maturità"
- Commissione ridotta (5 membri: 2 interni, 2 esterni, 1 presidente esterno)
- Colloquio strutturato su 4 discipline ministeriali, durata 50-60 minuti
- Valutazione di "autonomia, responsabilità, crescita autentica" oltre le conoscenze disciplinari

Proposta di misure anti-ricorsi. Il governo sta elaborando interventi per "restituire autorevolezza agli insegnanti," ma a giugno 2026 nessuna proposta concreta di riforma procedurale del contenzioso scolastico è stata adottata.

L'educazione come servizio o come diritto

Dietro il meccanismo della compiacenza c'è un cambiamento culturale profondo: la trasformazione dello studente da soggetto in formazione a cliente con diritto alla soddisfazione. Il neuropsicomotricista Narciso Mostarda lo descrive come "la crisi del patto educativo": l'insegnante non è più percepito come figura di autorità educativa in continuità con la famiglia, ma come fornitore di un servizio soggetto a valutazione da parte del consumatore.

In questo quadro, la bocciatura non è più un giudizio formativo su un percorso di apprendimento: è un disservizio che il consumatore ha il diritto di contestare. E il sistema giuridico, con la sua logica garantista, si presta a sostenere questa contestazione ogni volta che la scuola non abbia rispettato alla lettera le procedure.

Amanda Ferrario, dirigente scolastica, ha dichiarato che i ricorsi al TAR rischiano di essere "diseducativi": impediscono ai ragazzi di sviluppare resilienza, di imparare che la sconfitta fa parte della vita. Ogni ricorso inviato al TAR da una famiglia che non accetta la valutazione trasmette ai figli un messaggio implicito: il sistema è il nemico, gli insegnanti sbagliano, c'è sempre un'istituzione superiore a cui appellarsi quando non si ottiene quello che si vuole.

Conclusioni: il paradosso della valutazione difensiva

Il sistema di valutazione scolastica italiano si trova in un paradosso strutturale: più diventa giuridicamente inattaccabile (grazie ai verbali dettagliati, ai criteri pubblicati, ai protocolli precisi), meno diventa efficace come strumento di misurazione reale delle competenze. La valutazione difensiva produce documenti, non conoscenza.

La soluzione non sta nell'abolire i ricorsi al TAR, che sono una garanzia democratica fondamentale in uno stato di diritto. Sta nel ripristinare la fiducia nel giudizio professionale del docente attraverso criteri chiari, trasparenti, comunicati preventivamente alle famiglie, e nel costruire un sistema dove il ricorso al giudice sia davvero l'ultima risorsa, non il primo strumento di contestazione.

Finché l'asimmetria delle conseguenze tra promuovere e bocciare rimarrà così radicale, il sistema produrrà docenti compiacenti non per debolezza morale, ma per razionale adattamento alle regole del gioco.


Approfondisci: Ricorsi al TAR contro i voti scolastici: guida completa per docenti e famiglie e Indicazioni Nazionali per la scuola secondaria di primo grado: vademecum per docenti.