Ogni estate, appena si chiudono le scuole, riapre il processo agli insegnanti. L'accusa è sempre la stessa: lavorano poco, hanno troppo tempo libero, stanno fermi, non cambiano mai, prendono lo stipendio pubblico e spariscono per tre mesi.
È una di quelle frasi che in Italia hanno una fortuna immeritata. Come tutte le frasi comode, evita la fatica di controllare. Guarda il cancello della scuola chiuso e ne deduce il contratto di lavoro. Vede gli studenti in vacanza e conclude che anche i docenti siano in ferie. Confusioni elementari, ma resistentissime.
Il punto, però, è semplice: le vacanze degli alunni non sono le ferie degli insegnanti. Non in Italia. Non in Spagna. Non in Grecia. Non in Francia.
Il confronto con gli altri Paesi mediterranei serve proprio a questo: togliere al dibattito un po' di polvere ideologica e riportarlo sul terreno dei contratti, delle ore, delle norme. Dove il luogo comune dei "tre mesi senza lavorare" si sgonfia rapidamente.
La leggenda dei tre mesi di vacanza
Partiamo dalla frase più ripetuta: "Gli insegnanti italiani non lavorano tre mesi l'anno".
Detta così, funziona. È breve, è cattiva, sembra vera. Peccato che mescoli due piani diversi: il calendario scolastico degli studenti e il rapporto di lavoro dei docenti.
In Italia gli studenti hanno effettivamente una pausa estiva lunga, circa tredici settimane. È uno dei periodi più estesi in Europa. Ma da qui a dire che i professori abbiano tredici settimane di ferie il salto è grosso. E sbagliato.
Il contratto nazionale della scuola non prevede tre mesi di ferie per i docenti. Prevede 32 giorni di ferie l'anno (30 per chi ha meno di tre anni di servizio), a cui si aggiungono 4 giornate di festività soppresse: fino a 36 giornate complessive. Le ferie esistono, certo. Ma non coincidono automaticamente con tutta la sospensione estiva delle lezioni.
A giugno, quando per molti la scuola "è finita", per gli insegnanti cominciano scrutini, esami, adempimenti, riunioni, verbali, relazioni. A settembre, prima che gli studenti tornino in classe, ripartono programmazione, collegi, consigli, preparazione dell'anno scolastico. In mezzo non c'è il nulla. C'è un lavoro meno visibile, e proprio per questo più facile da negare.
La scuola, per l'opinione pubblica, esiste solo quando si vede la classe. Tutto il resto, preparazione, correzione, valutazione, burocrazia, rapporti con le famiglie, viene trattato come un passatempo domestico. Non lo è.
Le 18 ore non sono il lavoro: sono la parte che si vede
Il secondo equivoco riguarda le ore di cattedra. Nella scuola secondaria italiana l'orario frontale è di 18 ore settimanali. Nella primaria è di 22 ore più 2 di programmazione. Nell'infanzia arriva a 25 ore.
Ecco il dato che piace ai detrattori: 18 ore. Lo prendono, lo isolano, lo confrontano con le 40 ore di un impiegato e dichiarano chiusa la discussione.
Ma è un confronto truccato. Le 18 ore sono le ore di lezione davanti agli studenti, non il monte ore complessivo del docente. Sarebbe come dire che un magistrato lavora solo quando è in udienza, un medico solo quando visita, un giornalista solo quando pubblica l'articolo.
Ogni ora in classe richiede prima e dopo. Preparare una lezione, correggere compiti, costruire verifiche, seguire studenti fragili, aggiornare registri, partecipare a consigli di classe, ricevere genitori, compilare documenti. Tutto questo non sparisce solo perché non avviene sotto gli occhi del pubblico.
Le indagini sul corpo docente italiano stimano un impegno complessivo medio intorno alle 36 ore settimanali, considerando didattica, preparazione, correzione, riunioni e attività amministrative: le ore di cattedra pesano circa la metà del lavoro reale. L'indagine OCSE-TALIS 2024 colloca il totale a 32,7 ore settimanali, di cui 18,8 di insegnamento (sotto la media OCSE di 41 ore). Numeri diversi, stessa conclusione: l'insegnamento non è un part-time mascherato.
Lo conferma anche un altro numero: solo una minoranza dei docenti italiani lavora con contratto part-time. Se la professione fosse davvero quel paradiso di tempo libero descritto al bar, non si capirebbe perché la categoria denunci da anni carichi crescenti, stipendi bassi e perdita di prestigio sociale.
Spagna: le scuole chiudono, i docenti no
Il caso spagnolo è istruttivo perché somiglia molto a quello italiano. Anche in Spagna le vacanze estive degli studenti sono lunghe, spesso tra le 10 e le 12 settimane. Anche lì, quindi, chi guarda soltanto il calendario scolastico potrebbe concludere che i professori spariscano per tutta l'estate.
Ma il contratto dice altro.
Gli insegnanti pubblici spagnoli, i funcionarios docentes, sono regolati da norme centrali e da disposizioni delle comunità autonome. Le ore di insegnamento variano in base al grado scolastico e al territorio, ma nella secondaria si collocano di norma in una fascia non lontana da quella italiana: tra 18 e 25 ore settimanali.
Quanto alle ferie, i docenti spagnoli hanno generalmente diritto a 22 giorni lavorativi l'anno, spesso concentrati ad agosto. Luglio, invece, non è automaticamente un mese di vacanza. È un periodo non lectivo: non ci sono lezioni, ma il docente resta formalmente a disposizione dell'amministrazione e della scuola.
La distinzione è decisiva. "Non lectivo" non significa "ferie". Significa che non si insegna in aula, ma il rapporto di lavoro non è sospeso.
È la stessa confusione che avvelena il dibattito italiano: si scambia l'assenza degli studenti per assenza del lavoro.
Grecia: il lavoro docente ha anche un tetto di permanenza
La Grecia offre un altro modello ancora. Qui la normativa distingue tra ore di insegnamento e ore di permanenza obbligatoria a scuola. Gli insegnanti possono essere tenuti a restare nell'istituto, oltre le lezioni, entro un limite massimo: sei ore al giorno e trenta ore settimanali complessive.
Le ore di lezione variano in base al livello scolastico, all'anzianità e agli incarichi. In alcuni casi si arriva a 25 ore settimanali; in altri l'orario si riduce con gli anni di servizio. Ma il punto non è solo quante ore si sta davanti alla classe. Il punto è che la normativa riconosce esplicitamente l'esistenza di attività ulteriori: preparazione, valutazione, correzione, gestione degli studenti, attività scolastiche.
Anche in Grecia le vacanze estive degli studenti sono lunghe, spesso intorno alle 10-12 settimane. Ma, anche qui, nessuna norma seria consente di trasformare automaticamente la sospensione delle lezioni in tre mesi di ferie per i docenti.
Il Mediterraneo, insomma, non è un club di professori in villeggiatura. È un'area con calendari scolastici lunghi d'estate, ma con contratti che distinguono tra vacanza degli studenti e lavoro degli insegnanti.
Francia: il mito cade anche davanti ai giudici
La Francia è forse il caso più utile per smontare la retorica delle vacanze infinite. Perché lì la distinzione tra ferie e sospensione delle lezioni è stata chiarita anche sul piano giuridico.
I docenti francesi sono funzionari pubblici. Le loro obbligazioni di servizio sono espresse soprattutto in ore settimanali di insegnamento. Nella secondaria, un professeur certifié deve 18 ore di lezione alla settimana; un agrégé 15. Nella primaria l'obbligo è di 24 ore settimanali, più attività professionali aggiuntive distribuite nell'anno.
Fin qui, nulla di scandaloso rispetto all'Italia. Anzi: le 18 ore del docente italiano di scuola secondaria coincidono con quelle del professeur certifié francese.
La parte interessante riguarda le ferie. In Francia le vacanze scolastiche possono sembrare molto lunghe se osservate dal punto di vista degli studenti. Ma il diritto alle ferie annuali dei docenti non coincide con tutto quel periodo. La giurisprudenza ha chiarito che il riferimento resta quello delle cinque settimane annue, secondo la logica generale della funzione pubblica.
Tradotto: la scuola può essere chiusa agli studenti, ma questo non trasforma l'intero calendario non scolastico in ferie dell'insegnante.
La Francia, che spesso viene evocata come modello quando conviene, qui dice una cosa scomodissima per i detrattori dei docenti italiani: le ore di cattedra sono simili, e le vacanze scolastiche non sono ferie integrali.
Il confronto: Italia, Spagna, Grecia, Francia
Il quadro diventa più chiaro se si mettono i dati uno accanto all'altro.
| Paese | Ore di insegnamento settimanali (secondaria) | Ferie effettive dei docenti | Vacanze estive degli studenti |
|---|---|---|---|
| Italia | 18 ore | 32-36 giorni annui | circa 13 settimane |
| Spagna | 18-25 ore, secondo territorio e grado | circa 22 giorni lavorativi | 10-12 settimane |
| Grecia | 18-25 ore, con variazioni per anzianità e incarico | non equiparate al calendario scolastico | 10-12 settimane |
| Francia | 15-18 ore nella secondaria | circa 5 settimane | 8-9 settimane circa |
La conclusione è meno folcloristica della polemica, ma più seria: l'Italia non è un'anomalia scandalosa. Le ore di insegnamento nella secondaria sono allineate a quelle francesi e vicine alla fascia bassa di Spagna e Grecia. Le vacanze estive degli studenti sono più lunghe, questo sì. Ma le ferie dei docenti non coincidono con quelle vacanze.
Il luogo comune, dunque, nasce da un errore di metodo: confrontare il tempo visibile di una professione con il tempo totale di un'altra. È un modo comodo per fare indignazione, non per capire.
Il lavoro invisibile che nessuno vuole contare
C'è poi una questione più profonda. L'insegnante lavora molto fuori dalla scena pubblica. E ciò che non si vede, in Italia, spesso non esiste.
La lezione in classe è solo il momento finale di un processo. Prima c'è la preparazione. Dopo c'è la verifica. In mezzo ci sono studenti con bisogni educativi speciali, famiglie da seguire, classi difficili, registri elettronici, piani personalizzati, riunioni, progetti, orientamento, formazione.
È lavoro? Sì. È sempre misurato bene? No. È sempre riconosciuto? Ancora meno.
Qui sta uno dei problemi veri della scuola italiana: non l'eccesso di privilegi, ma l'eccesso di lavoro dato per scontato. Una parte consistente della professione vive in una zona grigia. Non è abbastanza visibile per essere compresa, ma è abbastanza reale per consumare tempo, energie, salute.
Chi riduce tutto alle 18 ore di cattedra non sta facendo un'analisi: sta scegliendo di non vedere.
Immobili? I dati raccontano altro
Al mito delle poche ore si accompagna un altro ritornello: gli insegnanti sarebbero immobili, refrattari al cambiamento, aggrappati alla cattedra come a una rendita.
Anche qui, la realtà è più complicata.
Il precariato scolastico italiano produce mobilità continua. Molti docenti passano anni tra supplenze, scuole diverse, province diverse, gradi diversi. La stabilizzazione arriva spesso dopo un percorso lungo, discontinuo, pieno di spostamenti. Altro che immobilità.
C'è poi una mobilità meno visibile ma significativa: quella professionale. Cresce il numero di persone che arrivano all'insegnamento dopo altre esperienze lavorative. Non sempre la scuola è una prima scelta giovanile; sempre più spesso diventa una seconda carriera. Questo può essere letto come un segnale di fragilità del sistema, ma anche come prova che la professione continua ad attrarre competenze e biografie diverse.
Quanto al cambiamento, basta guardare il dibattito sull'intelligenza artificiale, sulla didattica digitale, sull'inclusione, sulla valutazione. La categoria non è un blocco immobile. È attraversata da divisioni, dubbi, resistenze, aperture. Come ogni categoria professionale vera.
Pretendere che centinaia di migliaia di docenti abbiano tutti la stessa postura mentale è comodo. Ma è una caricatura.
Il vero problema: stipendi e prestigio sociale
Se il confronto internazionale non dimostra che gli insegnanti italiani lavorino meno dei colleghi mediterranei, allora il centro del dibattito dovrebbe spostarsi altrove.
Il nodo non sono le ferie. Non sono le 18 ore. Non è il presunto ozio estivo. Il nodo è il riconoscimento economico e sociale della professione.
Gli insegnanti italiani denunciano da anni stipendi non adeguati, progressioni di carriera deboli, burocrazia crescente, perdita di autorevolezza pubblica. Molti percepiscono un crollo del prestigio sociale del mestiere. E questa percezione non nasce dal nulla: nasce da un discorso pubblico che spesso parla dei docenti più come di un costo che come di un'infrastruttura civile.
È qui che il confronto europeo diventa serio. Non nel contare male le vacanze, ma nel chiedersi quanto un Paese investa su chi forma i suoi cittadini.
Una scuola può reggere per un po' sulla dedizione individuale. Ma non può reggere per sempre sulla svalutazione sistematica di chi ci lavora.
Conclusione: la scuola chiude, il lavoro no
Torniamo alla domanda iniziale: gli insegnanti italiani lavorano poco? La risposta è no, almeno se si guarda ai contratti e al confronto con Spagna, Grecia e Francia.
L'Italia ha vacanze scolastiche estive lunghe. Questo è vero. Ma le vacanze degli studenti non sono tre mesi di ferie dei docenti. Le ore di insegnamento nella secondaria sono 18, ma non esauriscono il lavoro complessivo. Il carico invisibile (preparazione, correzione, riunioni, burocrazia, valutazione) porta l'impegno reale ben oltre la sola presenza in classe.
Nel confronto mediterraneo l'Italia non appare come un paradiso dell'ozio docente. Appare, piuttosto, come un Paese che continua a discutere di scuola partendo dal bersaglio sbagliato.
Il problema non è che gli insegnanti lavorino troppo poco. Il problema è che una parte dell'opinione pubblica continua a misurare il loro lavoro con un calendario da studente.
È una vecchia abitudine italiana: prendersela con chi sta in trincea, purché non si debba parlare della guerra.
Fonti e riferimenti normativi
Italia
- Orario di insegnamento (18 ore nella secondaria, 22 più 2 di programmazione nella primaria, 25 nell'infanzia): CCNL del Comparto Istruzione e Ricerca, art. 28 (art. 43 nel CCNL 2024).
- Ferie (32 giorni, 30 per chi ha meno di tre anni di servizio) e 4 giornate di festività soppresse: CCNL Scuola del 29 novembre 2007, art. 13, e CCNL 2019-2021, art. 35; festività soppresse ai sensi della legge 23 dicembre 1977, n. 937.
- Ore di lavoro effettive: OCSE, indagine TALIS 2024 (docenti di scuola secondaria di primo grado: 32,7 ore settimanali medie, di cui 18,8 di insegnamento, a fronte di una media OCSE di 41 ore); Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani, Università Cattolica, Le ore di lavoro dei docenti italiani (circa 36 ore settimanali, con le ore di cattedra pari a circa metà del carico complessivo).
Spagna
- Ferie di 22 giorni lavorativi, di norma ad agosto, e luglio come periodo non lectivo con obbligo di disponibilità: normativa sulla funzione pubblica e disposizioni delle Comunità Autonome; schede Eurydice sulle condizioni di servizio dei docenti in Spagna.
Grecia
- Distinzione tra ore di insegnamento e ore di permanenza obbligatoria a scuola (fino a sei ore al giorno), con orario di lezione che si riduce con l'anzianità: legislazione scolastica nazionale e schede Eurydice sulle condizioni di servizio dei docenti.
Francia
- Obblighi di servizio pari a 18 ore per il professeur certifié e 15 per l'agrégé: décret n. 2014-940 del 20 agosto 2014; il diritto ai congedi annui è ricondotto alle cinque settimane della funzione pubblica dalla giurisprudenza amministrativa.
Calendari scolastici a confronto
- Durata delle vacanze estive degli studenti (Italia circa 13 settimane, a fronte delle 9-12 della maggior parte dei sistemi europei) e numero di giorni di scuola (Italia intorno a 200, tra i più alti in Europa): Eurydice, The Organisation of School Time in Europe 2022-2023.