L'Italia studia le lingue fin dalla primaria e offre più lingue della media europea, eppure i risultati restano deludenti, soprattutto nel parlato. Per capire perché, e per valutare il senso dei nuovi interventi ministeriali, conviene partire dai fatti: quante ore si fanno, in quali gradi, e con quali esiti misurabili.

Il quadro orario, grado per grado

Il sistema italiano ha una caratteristica strutturale: l'inglese è obbligatorio e continuativo per tutti, dalla primaria alla maturità; la seconda lingua, invece, è prevista solo in alcuni percorsi.

Scuola primaria. Solo inglese, in progressione: un'ora in prima, due in seconda, tre dalla terza alla quinta.

Scuola secondaria di primo grado. Tre ore settimanali di inglese e due di seconda lingua comunitaria (francese, spagnolo, tedesco). Su richiesta delle famiglie e in presenza di organico, le due ore della seconda lingua possono essere destinate al potenziamento dell'inglese.

Scuola secondaria di secondo grado. Qui il quadro si differenzia molto: nei licei (classico, scientifico e simili) e nella maggior parte di tecnici e professionali si studia il solo inglese, tipicamente tre ore a settimana; il liceo linguistico è l'eccezione, con tre lingue straniere e un monte ore molto più ampio.

A questo si aggiunge il CLIL, l'insegnamento di una disciplina non linguistica in lingua straniera: previsto in inglese al quinto anno dei licei non linguistici e dei tecnici, e in forma più estesa al linguistico. Nei professionali, invece, il CLIL non è previsto dall'ordinamento.

I risultati: una fotografia impietosa

Sui numeri, il confronto internazionale colloca l'Italia nella fascia medio-bassa. Nell'EF English Proficiency Index 2025 il nostro Paese si trova nella categoria "moderata", tra i più bassi dell'Europa occidentale, con la competenza orale (lo speaking) come punto più debole. Va precisato che questo indice si basa su test volontari online e va letto come tendenza, non come misura ufficiale della popolazione.

Più solidi, perché basati su un campione rappresentativo e ancorati al Quadro Comune Europeo, sono i dati INVALSI. Mostrano una progressione che si indebolisce salendo di grado: alla primaria la grande maggioranza degli alunni raggiunge il livello atteso (A1); alle medie i traguardi (A2) restano alti nella lettura ma calano nell'ascolto; all'ultimo anno delle superiori, dove il traguardo è il B2 per licei e tecnici, soltanto poco più della metà degli studenti raggiunge il livello atteso nella lettura, e una quota ancora minore nell'ascolto.

Dietro la media si nascondono divari profondi. I licei trainano i risultati, mentre nei professionali ampie quote di studenti non raggiungono nemmeno il B1. Ed è marcato il divario territoriale: il Nord-Est supera abbondantemente il Sud e le Isole, con uno scarto che cresce con il grado scolastico.

Le criticità del modello italiano

Perché, a fronte di una buona offerta, i risultati deludono? Le cause sono diverse e si sommano.

La prima è l'approccio: la didattica resta in molti casi ancorata alla sequenza regola, esercizio, traduzione, con poca pratica comunicativa reale. Ne deriva una competenza migliore nella comprensione scritta e una produzione orale debole, esattamente ciò che mostrano i dati.

La seconda è la scarsa esposizione: poche ore, classi numerose, rara presenza di madrelingua, e un fattore extrascolastico decisivo, il doppiaggio sistematico di film e serie, che riduce drasticamente il contatto informale con l'inglese rispetto ai Paesi che usano i sottotitoli. Su questo confronto abbiamo dedicato un articolo a come si studiano le lingue nel resto d'Europa.

La terza riguarda la formazione dei docenti: alla primaria l'inglese è spesso affidato a insegnanti non specialisti, e alle superiori il CLIL soffre la carenza di docenti con la certificazione linguistica richiesta, applicandosi così in modo disomogeneo.

Si aggiungono i divari territoriali e una tendenza recente non incoraggiante, con segnali di arretramento negli ultimi rilevamenti.

Il vero nodo: non la quantità, ma il metodo e l'esposizione

La conclusione è netta e va contro un'idea diffusa. Il problema italiano non è studiare "poche lingue": ne offriamo più della media europea. Il problema è come le studiamo e quanto le pratichiamo davvero. Si insegna molto sulla lingua e si usa poco la lingua.

È da qui che nascono gli interventi recenti: le nuove Indicazioni Nazionali che spingono verso un inglese comunicativo e immersivo, e il piano sulla mobilità europea di cui parliamo nell'articolo su la scuola italiana in Europa. La direzione è giusta; la sfida è tradurla in pratica diffusa. Per capire cosa funziona davvero, è utile l'approfondimento su come si dovrebbero studiare le lingue secondo le evidenze.

Aggiornato al 29 giugno 2026. I dati INVALSI si riferiscono alle rilevazioni 2025; i valori per l'ultimo anno possono oscillare tra dato preliminare e definitivo. L'EF EPI è un indicatore di tendenza, non una misura rappresentativa.

Fonti

  • INVALSI, risultati 2025 - Inglese: invalsi.it.
  • MIM, ordinamenti e quadri orari della scuola secondaria.
  • EF English Proficiency Index 2025 (indicatore di tendenza): ef.com/epi.

Leggi anche: Come si studiano le lingue nel resto d'Europa, Come si dovrebbero studiare le lingue secondo le evidenze e La scuola italiana in Europa: il piano Valditara per le lingue.